“Il nostro vero lavoro? Sbagliare”: parla Anthony Oliver Scott, critico cinematografico del New York Times

Il miglior lavoro che un critico cinematografico può fare è: sbagliare, sapendo che qualcun’ altro correggerà i suoi errori. Quante volte i critici giudicando i film li hanno liquidati sul momento per poi scoprire anni dopo che si trattava di capolavori o hanno chiamato capolavori film che non lo erano affatto. Il lavoro dei critici è un lavoro prematuro, ne scrivono molto presto nonostante alla loro uscita i film siano incompleti perché manca il lavoro del pubblico, che può richiedere anni e generazioni. Il critico è invece posizionato al punto di ingresso di questo lungo cammino e quindi può guardare nella direzione sbagliata. È un po’ una contraddizione: andare al cinema per me è stata un’ alternativa alla scuola, all’ insegnamento, al sottoporsi a verifiche, però il cinema è uno dei media più efficaci per insegnare ed estendere la propria cultura. Per esempio: molto di ciò che so sull’Italia l’ ho imparato dal cinema. Credo che oggi ci sia una vasta consapevolezza del problema di come trasmettere l’ idea che il cinema ha una storia fatta di grandi film, di movimenti importanti e di insegnare perché lo sono. Ma allo stesso tempo ho paura che imporre a qualcuno l’ idea che qualcosa sia per forza un capolavoro – cosa accade se a qualcuno non sembra tale? – non sia propio una buona idea. Credo che il modo migliore per farlo sia non ricorrere all’ autorità e alla natura indiscutibile dei capolavori ma trovare un via più personale (perché questo è un grande film per me, perché mi appassiona), perché questo agevola la condivisione con gli altri. Del resto ciò somiglia molto al cinema che è una forma d’ arte che si basa sulla intimità di un pubblico, sul riconoscersi tra esseri umani nonostante si appartenga a società e generazioni diverse.