Gipi

L’ultimo film di Gipi è la storia di uno che scopre una storia vera, se la racconta molto ma quando deve poi andare a trovarla davvero è tutto diverso: “Quel film è quel che è successo prima che lo facessimo: trovai questa storia e feci una testa tanta a mia moglie che alla fine mi disse di cercare di raccontarla. Il mondo è un posto gioioso quando hai una storia e tutti vogliono raccontarla, ed è tristissimo quando non ce l’hai”.
Nei fumetti di Gipi un po’ come in quelli di Hugo Pratt c’è l’influenza di David Lean, il contrasto tra figure e paesaggi, contrasti e chiaroscuri importantissimi, mentre i suoi film hanno uno stile diverso, come se attingessero a fumetti non suoi, fatti solo di figure nipponiche con volti semplici e complessità nello sfondo: “Sono mezzi diversi, nei fumetti ho usato le figure al pari dei personaggi, avevano la stessa carica narrativa. Invece quando lavoro al cinema mi viene più da giocare senza grande attenzione alla parte estetica, specie in questo film. Bado a ritmo dialoghi e naturalezza più che costruire l’immagine bella”.
È difficile non notare una certa tensione verso l’idea del padre nelle opere di Gipi, cosa che si vede anche in Il ragazzo più felice del mondo: “Mah sarà che ho voluto così bene a mio padre, uno che si sapeva vivere la vita reale, e cercava di insegnarmi che il bello è stare in barca a vela con un sigaro, ma io ero sempre da un’altra parte con la testa. Ora che ho un’età mi accorgo che sto diventando come lui e mi fa piacere”.
È proprio questo uno dei segreti delle storie, il fatto che raccontarle aiutano a capire se stessi: “A me le storie aiutano a capire le cose che mi riguardano. Tante cose proprio le capisco solo quando inizio a raccontarle. Solitamente non riesco a ragionare in modo granché brillante, invece quando sono al tavolino a disegnare o scrivere succedono cose particolari”.
Il ragazzo più felice del mondo è una commedia, genere che Gipi non sempre ha percorso nei fumetti: “Ho scoperto da pochi anni che mi piace far ridere. Spesso mi dicono che nei miei libri a fumetti c’è commozione e dramma e sono belli per questo, ma potessi scegliere terrei la capacità di far ridere e non quella di far piangere”.
Gipi è anche un grande appassionato di videogiochi (ad uno ci ha anche lavorato tra il 1997 e il 2001, con una compagnia molto indipendente) anche perché, dice lui, sono posti in cui si può non solo giocare ma anche contemplare: “Ormai il livello tecnico e artistico dei videogiochi di ultima generazione è spaventoso. Puoi andare nella periferia di Los Angeles, in un mattino di pioggia e trovarci della vera bellezza. È una bellezza diversa da quella del mondo reale ma c’è”.